Affidare tutti i servizi personali a un unico Raspberry Pi consente di evitare piattaforme esterne, ma crea un evidente punto debole: in caso di guasto, aggiornamento fallito o danneggiamento dell’unità, potrebbe andare perduta l’unica copia dei dati. Una soluzione sperimentale basata su un vecchio Google Pixel permette di aggiungere una seconda macchina senza sottoscrivere un nuovo abbonamento cloud.
raspberry pi e backup: i rischi di un solo dispositivo
un unico server significa una sola copia
Il Raspberry Pi gestisce i servizi principali, mentre il supporto di archiviazione collegato conserva gran parte dei contenuti. Un disco guasto, una memoria danneggiata o un errore durante un aggiornamento possono compromettere tutto contemporaneamente. La presenza di un secondo server protegge da problemi hardware, corruzione dei dati ed errori personali.
Questa configurazione non risolve il rischio di incendio o furto, perché entrambi i dispositivi restano nello stesso edificio. Per una protezione contro questi eventi è necessario valutare un backup fuori sede, eventualmente anche attraverso un servizio a pagamento. L’obiettivo della soluzione descritta è invece ottenere una seconda copia senza sostenere un costo mensile e utilizzando hardware già disponibile.
vecchio smartphone come secondo server
la batteria integrata funziona da ups
Uno smartphone è un piccolo computer dotato di spazio di archiviazione, connettività di rete e display. Rispetto al Raspberry Pi presenta anche una batteria interna, che può funzionare come una sorta di gruppo di continuità. Durante un’interruzione elettrica, il Pixel ha continuato a operare usando la carica residua, mentre gli altri dispositivi si sono spenti.
Il telefono consuma inoltre meno energia: il Raspberry Pi 4 assorbe circa 2,85 watt in inattività, mentre il Pixel resta al di sotto di questo valore quando lo schermo non viene mantenuto acceso. Il dispositivo era già disponibile, quindi non è stato necessario acquistare un secondo Pi destinato esclusivamente al backup.
termux per configurare il server android
installazione di openssh e accesso ai file
L’intero sistema si basa su Termux, un emulatore di terminale con un gestore di pacchetti simile a quello delle distribuzioni Debian e compatibile con binari ARM nativi. L’applicazione non è più mantenuta sul Play Store: l’installazione deve avvenire tramite F-Droid o il repository GitHub del progetto, usando la stessa fonte anche per eventuali componenti aggiuntivi.
Dopo l’installazione vengono eseguiti pkg update && pkg upgrade e pkg install openssh. La password viene impostata con passwd, mentre il nome utente si recupera tramite whoami. Il comando termux-setup-storage consente di autorizzare l’accesso ai file esterni alla sandbox dell’applicazione.
L’avvio di sshd attiva il server SSH sulla porta 8022, poiché Android non permette di associare la porta 22. Una prenotazione DHCP sul router mantiene stabile l’indirizzo del telefono. Per l’avvio automatico è possibile usare Termux:Boot, creando la cartella ~/.termux/boot/ e inserendo uno script con i comandi termux-wake-lock e sshd.
problemi di android nella gestione del server
processi fantasma e ottimizzazione energetica
A partire da Android 12, il sistema applica un limite ai processi fantasma. Le attività in background possono essere interrotte quando il totale dei processi supera quota 32 o quando l’utilizzo della CPU diventa elevato. Su Android 14 e versioni successive è disponibile un’opzione nelle impostazioni sviluppatore; su Android 12, 12L e 13 è invece necessario eseguire un comando ADB da un computer.
È inoltre necessario escludere Termux e Termux:Boot dall’ottimizzazione della batteria, così da evitare limitazioni durante la notte. Il display non deve restare acceso: il wakelock mantiene operativo il server anche con lo schermo spento, riducendo il consumo.
Per contenere il rischio di surriscaldamento, il telefono viene utilizzato senza custodia, collocato in un’area ventilata e collegato a una presa intelligente. In questo modo la ricarica non mantiene il dispositivo al 100% ininterrottamente.
backup dal raspberry pi al pixel
il raspberry pi invia e il telefono riceve
Il Raspberry Pi resta la fonte principale dei dati, mentre il Pixel conserva la copia secondaria. Un’attività cron programmata sul Pi esegue rsync tramite SSH e trasferisce periodicamente i file nella memoria del telefono. Il Pixel non deve quindi elaborare direttamente il backup.
Se lo smartphone dovesse smettere di funzionare, verrebbe persa soltanto la copia di sicurezza e non l’archivio originale. La configurazione può essere ripetuta in circa 20 minuti su un altro dispositivo disponibile. Il telefono può inoltre operare come normale file server, permettendo di recuperare documenti tramite SFTP.
limiti e risultati dell’esperimento
Dopo due mesi il sistema non ha evidenziato problemi, ma un vecchio Pixel non può essere considerato equivalente a un Raspberry Pi. La soluzione funziona perché il compito è semplice, programmato e non richiede archiviazione veloce. Un utilizzo più intenso, simile ai numerosi servizi eseguiti quotidianamente dal Pi, potrebbe mettere in difficoltà lo smartphone.
L’esperimento dimostra quindi che, per proteggersi dai guasti più probabili, la resilienza dei dati non richiede necessariamente un abbonamento mensile. Per incendi e furti resta invece indispensabile una copia conservata fuori dall’abitazione.





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