La questione della proprietà dei contenuti nell’era dell’intelligenza artificiale si conferma centrale nel dibattito attuale. Le aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale utilizzano grandi quantità di dati disponibili online per addestrare i propri modelli. Molti editori ritengono di non ricevere un compenso adeguato per l’impiego delle loro opere. In questo contesto, Google è finita sotto i riflettori durante un’audizione del Comitato Comunicazioni e Digitale della Camera dei Lord del Regno Unito, a causa della sua posizione riguardo al pagamento per l’addestramento AI.
google e la posizione sul mancato pagamento agli editori per i dati pubblici
Google sostiene che non debba essere previsto alcun compenso per l’utilizzo di contenuti “liberamente accessibili” presenti sul web pubblico ai fini dell’addestramento dei propri modelli AI. Secondo Roxanne Carter, responsabile degli affari pubblici di Google, i sistemi come Gemini non funzionano come archivi o motori di ricerca tradizionali, ma analizzano enormi dataset alla ricerca di correlazioni statistiche tra parole e concetti.
Lo scopo finale è creare contenuti completamente nuovi, senza limitarsi a replicare ciò che gli editori o i creatori hanno prodotto in precedenza. Google distingue inoltre tra il semplice scraping del web aperto e l’accesso a dataset specializzati o archivi non pubblicamente disponibili, per i quali è disposta a negoziare accordi economici specifici.
strumenti google e le opzioni di opt-out per gli editori
Per quanto riguarda gli editori, Google ha introdotto uno strumento denominato “Google Extended”, che permette ai proprietari dei siti web di rimanere indicizzati nei risultati di ricerca mantenendo però il diritto di escludere i propri contenuti dall’addestramento dei modelli AI come Gemini.
Permane una zona d’ombra riguardo alle cosiddette “AI Overviews”, ovvero quei riassunti automatici mostrati in cima ai risultati delle ricerche. La possibilità per gli editori di escludersi da tali sintesi risulta poco chiara: alcune etichette specifiche possono limitarne la comparsa, ma rischiano anche di penalizzare la visibilità organica del sito stesso.
- Difficoltà nel bilanciare visibilità e protezione dei contenuti
- Rischio concreto per piccoli editori con minore capacità contrattuale
- Mancanza di trasparenza sulle modalità operative degli AI Overviews
impatto sui piccoli editori e preoccupazioni regolatorie
I rappresentanti governativi manifestano preoccupazione circa la disparità tra grandi media company capaci di stipulare accordi vantaggiosi con le piattaforme tecnologiche e realtà editoriali più piccole spesso escluse da tali opportunità. Si teme infatti che i riassunti generati dall’intelligenza artificiale possano competere direttamente con gli articoli originali, trattenendo gli utenti sulla pagina dei risultati anziché indirizzarli alle fonti primarie.
L’evoluzione normativa resta in corso e pone al centro il concetto ancora indefinito di “fair use” nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Attualmente Google mantiene fermamente la convinzione che il web aperto costituisca un patrimonio gratuito da cui attingere liberamente per l’addestramento AI, mentre gli autori sottolineano come proprio questi contenuti gratuiti siano alla base del valore delle tecnologie stesse.
- Roxanne Carter – Public Affairs Executive presso Google
- Membri del Comitato Comunicazioni e Digitale della Camera dei Lord UK
- Editori piccoli e grandi coinvolti nella disputa sui diritti digitali
- Aziende tecnologiche impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale (es. Google)













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